01 agosto 2006

i ricordi

Il ricordo ti può sgocciolare dentro, o irrompere come una cascata d'acqua, tumultuosa, possente. Il cronista non scrive di ricordi, lui registra – come un Nagra – quello che gli succede davanti. Lo scrittore invece scrive di ricordi, magari li inventa, oppure rigira la sua vita, la veste la colora.

I bambini usano colori forti: “papà, questo lo faccio rosso o blu?”. Lo scrittore colora con tinte forti il ricordo della sua vita, un racconto che non emozionerebbe nessuno.

E' la forza del ricordo. Ma che succede quando il ricordo è te stesso? Può succedere di sentire che, ad un tratto, stai vivendo totalmente, i momenti in cui la forza del piacere di vivere brilla senza un'ombra, sparita la polvere che si raccoglie sulla strada. Quando ricordi questi momenti senti che ti sono stati strappati via, senti ancora il dolore della loro mancanza; allora il ricordo – non importa se il momento era bello o brutto – diventa saudade.

A me è successo con una canzone – Cianzuna Vagabunda di Marcellesi, ed ho voluto capire perché. La musica, in parte, quel ritmo delle chitarre che evoca il continuo viaggiare, andare, un viaggio che non è spostamento da qui a li, ma movimento. Il testo, anche, per quanto compreso in parte. Ma il vero cuore dell'emozione è la voce, sentire il suono di quella lingua che è indissolubilmente legata con la sua terra, suono di parole che riecheggiano altre parole che hai sentito, e gli odori che sentivi quando le ascoltavi, e l'aria, il vento, i rumori che c'erano intorno.

... e con amori”, è una sonorità che fa parte di quella terra, come ne fanno parte le rocce, il bianco calcare, i forti boschi.

Ho fatto vacanze, ed ho fatto viaggi; oggi quando sei in vacanza devi viaggiare, è un comandamento forse più seguito di quelli che ti insegnano al catechismo. Ed il viaggio è un generatore di ricordi, magari viaggiamo per imbottirci un po' di ricordi, come uno sballo il cui effetto duri poi per un po'; perché i ricordi della puzza nella metro, del collega stronzo, delle facce ancora più stronze in televisione che ti devastano di cazzate, no, non vanno bene per imbottirti di ricordi.

Eppure sento che il ricordo di questa terra di Corsica non è una pagina patinata del catalogo di viaggi, non resterà appallottolata da qualche parte. E' un ricordo che non è ricordo, ma ti è entrato dentro. Quasi tremila anni fa, chissà con quale mare, quale scogliera negli occhi, hanno scritto la storia di un uomo che cercava la sua isola, ed i ricordi di quest'uomo, del suo smanioso voler tornare alla sua isola, hanno composto un'opera rimasta immensa nei millenni. Chissà cos'era, per lui, il ricordo della sua isola. Forse il campo in cui il padre lavorava, o le voci nel cortile del palazzo, o il rumore dei fabbri che costruivano una nuova nave da guerra, o il profumo della notte che si affacciava alla finestra, dopo che lui e Penelope avevano fatto all'amore.

Forse la Corsica mi è entrata dentro proprio così, con la luce delle stelle, il profumo della macchia nella notte calda dell'estate, mentre ero sdraiato felice, il sacco a pelo sulla terra, i nostri corpi coperti da una coltre di stelle. Strano che il mio scrittore preferito non abbia mai scritto niente su questa isola, che pure è il riassunto dei grandi boschi del nord, della scogliera spazzata dal vento a Bimini, dei bar disperati di una cittadina spagnola, del sogno romantico di Robert e Maria. Forse però non sarei più riuscito a sentirla così intimamente mia, sarebbe stata di un altro. Quando ho bevuto al Floridita, ed alla Bodeguita avevo come un sottile imbarazzo, come se la Gioconda, col suo enigmatico sorriso, mi avesse improvvisamente invitato a sedermi a fianco a lei.

E' maledettamente difficile scrivere di ricordi: non puoi raccontarli, la cronaca non è arte, puoi descrivere le emozioni che provavi, ma spesso i ricordi non sono ricordi di emozioni. Potrei provare a descrivere come vivo il ricordo ora. Il ricordo è una nota musicale, un passaggio di sonata, è il segno delle note sulla carta, ma anche il loro suono, la passione degli interpreti. L'interprete sei tu, e tu l'ascoltatore. Mi sembra quasi che sia impossibile comunicare i ricordi. Ma succede, quando chi ti ascolta ti capisce: questo è il legame che nasce quando una donna, un amico ti capiscono, la vera condivisione dei ricordi. Se è così, allora il grande scrittore riesce a far capire i suoi ricordi solo con le parole, quella magica voce che non ha suono.

01 marzo 2006

scopa e democrazia


Ieri ero da Vezio, al bar, abbiamo giocato a carte, sul tavolo di pietra.

E' forse l'unico posto dove, mentre giochi a scopa, ti metti a parlare di democrazia con uno che passa di la', ed intanto commenti l'ultimo derby.

Esiste la democrazia? Ricordiamo che la democrazia, quella del demos, dei cittadini, è nata in una Grecia dove lo stato era la polis. Chi eleggeva un rappresentante, vedeva sulla sua pelle gli effetti della sua opera di governo, ed il "controllo" poteva essere immediato e diffuso.

Oggi, vai a votare un candidato che non hai scelto tu, o comunque la tua comunità, per un'assemblea dove è chiamato a ratificare - per disciplina di partito - decisioni che ha preso un ristretto gruppo di governanti - che tu non hai eletto - e non è molto facile capire quale effetto queste decisioni hanno sulla tua vita.

Mentre parlavo, ho chiesto ad una ragazza di controllare se qualcuno si era fregato la mia bicicletta, fuori. E' che quando vai da Vezio, ti sembra brutto chiuderla col lucchetto - non so perché. Me ne hanno già presa una - non da Vezio però - neanche quella era chiusa. Spero almeno che chi l'ha fregata ne avesse veramente bisogno.

La mia non è una negazione del valore della democrazia oggi, ma una semplice constatazione: discutiamo spesso di uno strumento, che non è più lo stesso. La realtà non corrisponde all'immagine idealizzata che ne abbiamo. D'altronde gli ideali li dobbiamo tenere stretti, sono come i coglioni: se li tagli, se te ne privi, non sei più un hombre. Ripenso alla discussione fra Robert e Pablo che ci ha raccontato Hemingway in "For Whom The Bell Tolls" (se la memoria non mi inganna), una delle tante discussioni.

C'è qualcosa di simile fra il bar e la tettoia, anche se Vezio è molto diverso dal nonno. anche dal nonno c'è il tavolo di pietra, ma sta in cucina; forse sono le vecchie mura delle case di Roma, anche se queste al Lungotevere di Tor di Nona sono probabilmente ancora più vecchie di quelle della casa del nonno.

E' poi - diceva il mio interlocutore - mancano gli statisti, mancano i "grandi uomini". E' vero, e senza grandi uomini, la politica diventa il regno delle lobby, dei piccoli interessi, delle manovre.

Qui, nel bar, ti consoli con le foto di tanti uomini, le loro scritte, gli autografi, ti rendi conto che esistevano!.

23 febbraio 2006

mi ci ha portato Sara

... dopo qualche giorno che ci eravamo conosciuti.
E' incredibile quanti angoli diversi ha Roma. E' quella tettoia stava davanti ad una di quelle casette di campagna, con l'intonaco scrostato, circondata dai prati incolti, vicino all'Appia Antica, verso Torricola.

In queste giornate grigie, anche l'erba ha un colore duro, freddo. La plastica ondulata sopra la tettoia, su cui sgocciola rumorosamente la pioggia, toglie la luce.

E' passata davanti a casa mia col motorino, poi abbiamo proseguito in macchina, per non farla bagnare di piu'.

L'Ardeatina è il solito fiume di traffico: la maggior parte delle facce sono rassegnate, forse neanche si rendono più conto del tempo che passano in quella coda inesauribile. Alcuni sono incazzati, reagiscono, scalpitano.
L'incrocio con via Millevoi è il solito intrico di macchine, che si superano in tre, quattro, cinque, sei file, come cavallette, per passare dall'incrocio alla coda.

Chi devono ringraziare? Forse qualche amministrazione, che continua a far costruire case fuori dal raccordo, e poi lascia le strade immutate, come le faceva mio padre, forse mio nonno. Non so se è colpa del Comune, del Municipio, della Regione, non so nemmeno se c'è una colpa.
Ma se si fanno le valutazioni di impatto ambientale per un'opera pubblica, perché non si fanno prima di costruire una casa:
  • queste persone che abiteranno qui dove andranno a lavorare?
  • Quali mezzi pubblici hanno a disposizione?
  • Quali strade ci sono?
  • Quanto traffico sopportano?

E' vero che non è solo il traffico a dare la qualità di una città, ma delle persone che si comprano casa in periferia generalmente sono abbastanza giovani da andare a lavorare, quindi devono spostarsi, portare i figli a scuola.

Non mi sembra che possiamo vantarci di guardare al futuro, quando non sappiamo sviluppare armonicamente solo il presente.